II

Aveva sempre amato il silenzio.

Ma quella sera sentiva come se questo silenzio avesse amplificato il vuoto che c’era in quel piccolo appartamento al quinto piano di una vecchia, ma ben tenuta palazzina anni ’60.

Il messaggio vocale che aveva ricevuto l’aveva lasciato fermo, seduto sul suo divano.

Non aveva idea di come rispondere.

Era indeciso se porgere per l’ennesima volta la guancia scrivendole “Stai tranquilla, non ti preoccupare” oppure esplodere e chiamarla per dirgli tutte quelle cose che pensava.

Sapeva che lei era in difficoltà, che non passava un bel periodo, però «cazzo, non sono il suo cagnolino che deve sempre dire “si, scusa, perdonami, tranquilla”», perché dopo l’ennesima promessa non mantenuta era stanco.

Non di lei, ma di questa storia.

Stargli vicino gli era sembrato la cosa più giusta da fare. La sua fragilità l’aveva spiazzato e aveva, adesso, paura di allontanarsi. Ma il prezzo di questa sua tenerezza era stata una tristezza generale che l’aveva portato a bere. Ogni sera si recava al bar bohème sotto casa e ordinava due o tre bicchieri di Gin della casa. Il barista ormai lo riconosceva e gli faceva sempre trovare pronto il suo ordine. Ultima sedia a sinistra al bancone.

Non penso si possa definire “alcolismo” questa abitudine, ma gli dava un aria un po’ troppo depressa per una persona della sua età.

«Adesso la chiamo, col cazzo che per l’ennesima volta mi dice che non possiamo vederci…dai forza Ernest»

La radio di sua nonna, quelle vecchie anni ’50 con manopole, nomi di città da Montreal a Tokyo, era rimasta accesa tutto quel tempo. Il silenzio nella sua testa era talmente forte che l’aveva completamente isolato. Ma solo adesso aveva cominciato ad ascoltare cosa usciva da quelle casse “vintage”.

Hey there Delilah

La canzone preferita da Jane.

Il destino è un gran bastardo.

«Pronto Ernest, sei tu?»

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